Stato Critico

  • 11:24:56 pm on novembre 15, 2008 | 1

    Crisi: le domande di tutti…

    • di Sidney Rotalinti, l’aria di domani, riflessioni scritte fra il 13 ottobre e il 15 novembre 2008
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    1. Crisi finanziaria?
    Cos’è una crisi finanziaria? Per rispondere dobbiamo distinguere due interrogativi. Primo: cos’è una crisi? Secondo: cos’è la finanza? Perché tutti parlano di scollamento fra finanza ed economia? Non dovrebbero andare d’accordo come sorelle? Non sono forse le due grandi zampe che fanno camminare in giro per il mondo la grande scimmia della globalizzazione? L’una, l’economia reale, (posteriore sinistra) dovrebbe produrre ricchezza attraverso il lavoro; l’altra, la finanza (posteriore destra), sempre più virtuale, vorrebbe produrre ulteriore valore aggiunto amministrando quella ricchezza sul mercato del danaro, cioè in borsa, scambiando titoli classici, risorse, proprietà o prodotti finanziari sempre più astratti dalla realtà – e pericolosi – come i derivati di cui tutti parlano ma nessuno ha mai capito niente (forse neanche a Wall Street).

    2. Incertezza, instabilità, difficoltà
    In medicina una crisi è “un aumento improvviso e parossistico dei sintomi di una malattia”, in psicologia è “una manifestazione emotiva improvvisa e violenta”: crisi di nervi, di pianto. La definizione economica ci aiuta poco (“depressione dovuta allo squilibrio fra la domanda e l’offerta sui mercati”) perché questa, che si divora 400 miliardi di dollari al giorno nelle prime settimane di ottobre è una crisi finanziaria. Tant’è che tutti i capi di Stato accendono immensi ceroni affinché non venga intaccata domani la cosiddetta economia reale. Altri riconoscono onestamente che la cosa, come ben sappiamo, è già avvenuta. Dunque vale soprattutto la definizione più generica fra le fondamentali del dizionario: “situazione di grave incertezza, instabilità, difficoltà”. Queste tre parole riassumono gli stati d’animo di ognuno di noi. Sono le tre grandi angosce dell’uomo moderno, tre mostri orrendi che si mangiano ogni giorno un pezzo di libertà, uguaglianza e fraternità, le tre ‘divinità buone’ della rivoluzione francese.

    3. Cronache dal fronte
    Se si tratta di una malattia, allora ci chiediamo tutti qual’ è? Vogliamo medici chiari e qualificati che facciano analisi spassionate e oggettive di quel che sta succedendo e propongano rimedi – strategie – adeguati a salvare il paziente. Non vogliamo diagnosi compiacenti e dottori di regime che pre-giudicano i risultati delle analisi prima di averle fatte. In effetti in pochi giorni il telegiornale economico della TSI, con il suo capitano Lino Terlizzi, che prima leggeva comunicati bancari del tipo “sono le sette e va tutto bene” ora è perennemente in diretta, online con grandi eventi come l’assemblea degli azionisti dell’UBS. Giacca e cravatta del ‘corrispondente pinguino’ hanno lasciato il posto a impermeabili svolazzanti e collegamenti che sembrano quelli della CNN durante l’uragano di New Orleans.
    La crisi 2008 sta cambiando anche il volto dell’informazione economica. Fra altri emerge il Corriere del Ticino. Con la sua pagina economica, diretta da Alfonso Tuor, il giornale ha prodotto una spettacolare ‘condotta di crisi’ con dei ‘report’ quotidiani che si fanno leggere avidamente anche da noi gente comune. Abbiamo bisogno di analisi serie e comprensibili come del pane! Non possono mandarci a letto senza cena con un’aspirina come si fa a militare.
    Questa è una crisi vera. Ci tocca tutti come cittadini, lavoratori, consumatori, membri attivi della società civile.

    4. ‘Grande scimmia essere malata’
    La grande scimmia neoliberista della globalizzazione è malata grave, le gambe camminano ognuna per conto proprio. Economia e finanza si prendono a calci negli stinchi a vicenda. Da tempo! Così, mentre la borsa va in pezzi, noi lavoratori, unici produttori di ricchezza reale, di valore aggiunto, strozzati dalla corruzione e dai malfunzionamenti dei servizi, dalle ristrutturazioni delle aziende, dalla crescita verticale dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari, diventiamo sempre più poveri, sempre meno “ceto medio”, sempre più affannati a far quadrare bilanci già fatti di rinunce e sputa di ragno, sempre meno liberi, più insolventi, meno uguali, più angosciati e soli, sempre più disperati e sempre meno fratelli. Tutti in preda all’incertezza, all’instabilità, alle difficoltà. Tutti in crisi.

    5. Politica e cultura al servizio dell’uomo
    Il nostro futuro è in pericolo per tante ragioni. Vinceranno le angosce o gli ideali di libertà e benessere sociale e fratellanza? Bisogna fare sul serio. Se bisogna operare opereremo. Taglieremo e toglieremo dal sistema economico finanziario globalizzato quel che c’è da togliere. Metteremo delle regole laddove questi trent’anni di neoliberismo e di cieca fiducia nei mercati hanno deregolato quasi tutto. Anzi, tutto. Ci hanno tolto la fiducia nella politica e nel ruolo dello Stato come co-protagonista, con il mondo privato, delle scelte strategiche legate al nostro ‘domani’. Ci hanno convinti a investire miliardi in risorse pubbliche e servizi che hanno poi privatizzato per quattro soldi. Infine ci hanno tolto l’idea stessa di futuro facendoci concentrare tutti su un presente (“now”, “il futuro è adesso”) fatto di futili e inutili telefonini o reti informatiche che usiamo spesso per comunicarci il nulla.
    Come tutte le forme di avvelenamenti e intossicazioni la scimmia neoliberista non ha futuro. O muore per crisi anafilattica il paziente (l’economia mondiale) o scompare la scimmia lasciandosi dietro la sua coda di mal di testa. Il neoliberista è un chupacabras (“succhiacapre”) che non pianifica alcun futuro, non coltiva alcunché, non munge le capre, si nutre del loro sangue, avido, lasciandosi dietro i resti simili a carte di caramelle.

    6. Diagnosi: avvelenamento
    In effetti la malattia del sistema economico e finanziario mondiale è molto simile a un avvelenamento. La finanza si è scoordinata dall’economia. Il gigante globale barcolla, intossicato dalla sua vita senza regole. In questa vita spericolata e libertina (anzi, liberista!) il mostro peloso si è ingigantito, gonfiato di prodotti finanziari malsani, come i derivati, che trasformano l’economia in un grande Monopoly scala 1:1 e la finanza in una roulette russa (scala 1:10) dove vince chi non muore. La fabbrica alla ricerca di nuove commesse di lavoro ha lasciato il posto a una situation room piena di computer ove non si fanno più scambi commerciali di ricchezza reale ma scommesse fondate su algoritmi matematici simili alla catena di S.Antonio: all’inizio i primi guadagnano, gli ultimi rimangono nudi.
    Durante le prime settimane di ottobre 2008 i media coniano nuove espressioni iperboliche. Non si parla più, ormai, di venerdì nero, ma di intere settimane nere a Wall Street e in Europa. Ogni giorno, ci dicono le cronache, vanno perse centinaia di miliardi di dollari.
    La gente, che non ha mai vsto questi soldi, si chiede allora: “se sono sparite, queste ricchezze, dove erano prima? Se esistevano davvero, allora di chi, in quali mani erano prima della crisi? Se – per contro – erano già svanite prima della crisi attuale, allora “perché non ce l’hanno detto per tempo che erano scomparsi?” Infine, terza possibilità, alcuni di noi dubitano che queste ricchezze siano mai esistite. Ma allora in che mondo ci hanno fatto vivere fino a ieri? Topolino?

    7. Un’economia dopata
    Economisti illustri cominciano a parlare di economia dopata. Un’economia dopata è un’economia intossicata dalla speculazione, da un’ideologia sbagliata e da una finanza spregiudicata, che opera in mancanza di regole. Questa mancanza di regole favorisce le circolazione del danaro sporco e del danaro grigio provento di evasione fiscale o di truffe agli enti pubblici. In questa anarchia, grazie ai paradisi fiscali, si possono costruire architetture finanziarie e ragnatele societarie di holdings organizzate come scatole cinesi che rendono impossibile capire chi possiede che cosa, di chi sono le responsabilità, da dove viene e dove va (se esiste) la ricchezza che viene scambiata su un mercato globale. Si fanno affari, contratti gasati vendendo prodotti bancari pericolosi a clienti che non ne hanno alcun bisogno. Costoro, famiglie clienti di istituti di credito o imprenditori che comprano prodotti dalle banche di investimento avrebbero, per contro, un gran bisogno di prodotti finanziari classici: vere ipoteche o veri investimenti ben commisurati al bisogno del cliente.

    8. ‘Il Cervino ha la sifilide’
    Invece, anziché puntare sul valore fondamentale del lavoro, dell’impresa, della famiglia, la finanza libertina e globalizzata ha finito per gonfiarsi d’aria. Viene in mente il Cervino che cade a pezzi nella torrida estate del 2003. Un geniale autore vallesano, caro amico, scrive “Matterhorn hat syphilis”: una diagnosi; Il Cervino ha la sifilide. Allude al turismo di massa che ha trasformato la montagna in una specie di prostituta. Torniamo all’economia; la crisi anafilattica di ottobre ha fatto sbottare il gonfiore tossico del doping.
    L’economia mondiale soffre di meteorismo e ora si sgonfia come un palloncino senza il nodo, la rana della fiaba. Ma il cattivo odore non è da fiaba. I neoliberisti veramente incalliti vorrebbero far finta di niente, un’aspirina e via, come sta scritto in endecasillabi sulla confezione della Bayer: “falls vom Artzt nicht anders verordnet, ein, zwei Tablettten mit Wasser einnehmen” (se non ci sono altre indicazioni del medico, ingerire 1 o 2 compresse con un po’d'acqua). Sono aspirine statali da centinaia di miliardi. In tempo di crisi, dopo aver privatizzato i benefici, tutti i neoliberisti che si rispettino si trasformano di colpo, con una scorreggia, in socialisti convinti, pronti a statalizzare e collettivizzare il danno che hanno prodotto nei trent’anni precedenti. Lo chiamiamo socialismo dei ricchi. Vale anche l’inverso: in tempi di vacche grasse molti socialisti e sindacalisti si trasformano in neoliberisti convinti, capitalisti dei poveri, allineati alla greppia dei benefici, degli appalti, dei privilegi clientelari.

    9. Crisi di fiducia nel sistema
    La crisi “non è finita”. Per forza: nei momenti acuti della crisi finanziaria si addormenta persino il mercato interbancario dei capitali. Vuol dire che la crisi di fiducia è tale che le banche non si fidano più delle banche stesse. Quindi non firmano contratti neanche tra loro. Fin quando la gente continuerà a dire e pensare che “non è finita” la crisi non sarà finita.
    13 Ottobre 2008: fin quando capi di Governo come Silvio Berlusconi e George Bush appariranno due o tre volte al giorno nei telegiornali per dire che non c’è nulla da temere o che “basta investire in titoli ENI o ENEL” i potenziali investitori conserveranno l’intima certezza che qualcosa di grave da temere effettivamente c’è. Ogni giorno in borsa si dissolvono 400 miliardi di dollari. Tra pochi giorni il democratico Barak Obama verrà eletto a presidente degli Stati Uniti d’America. Intanto i tecnici che gestiscono l’orologio del debito pubblico di Times Square, nel cuore di New York cambiano il display aggiungendo le due cifre necessarie a rappresentare una cifra che ha superato i dieci trilliards (bilioni) di dollari.

    10. Come rianimare il paziente?
    Nello stesso istante il Congresso vara misure di salvezza economica per mille miliardi, cioè spende un altro trilliard (bilione) del contribuente per salvare l’economia. In cosa consistono queste misure? Gli operatori economici, i giornalisti, passano le notti ad aspettare che vengano pubblicate in dettaglio sul sito internet del Congresso. Invano. Lunedì 13 ottobre, di fatto, non sappiamo ancora in cosa consistono queste misure. Ora, delle misure sconosciute fin quando rimangono tali possono difficilmente contribuire a ricreare fiducia nel sistema finanziario mondiale. Oggi, a un mese di distanza, la stampa continua a interrogarsi sul senso delle misure di crisi adottate dalle autorità americane ed europee.
    Sono misure di aiuto. Ma aiuto a chi? Alla “gente”, cioè ai clienti debitori delle banche rovinati dalla crisi dei mutui e indebitati fino al collo? Aiuto alle banche (comprese quelle che hanno maggiormente contribuito a causare il disastro)? Aiuto ai clienti investitori (imprenditori, aziende, azionisti, risparmiatori…) che hanno contribuito fino a ieri a iniettare danaro fresco nel sistema bancario comprando prodotti-promessa che in realtà sono divenuti venefica carta straccia e cause giudiziarie?

    11. L’economia? A cosa serve?
    Cos’è, anzitutto, l’economia? Viene ufficialmente classificata fra le scienze umane o sociali. L’origine della parola è greca: οῖκος [oikos], ‘casa’ e νομος [nomos], ‘norma’, dunque: ‘amministrazione della casa’. Naturalmente nell’epoca della globalizzazione dei mercati, del ‘villaggio globale’ , della proclamata rivoluzione ambientalista che deve salvare la Terra dal degrado… la parola “casa” finisce per significare il mondo intero, la biosfera terrestre, l’universo, l’insieme di tutte le attività umane finalizzate alla produzione, alla distribuzione e al consumo di risorse materiali o intellettuali, ovvero di beni o servizi che vengono scambiati sul mercato in base al loro valore in danaro.
    Lo scambio permette ai singoli soggetti economici di soddisfare il proprio fabbisogno, cioè di avere quelle cose che considerano condizioni necessarie per “una vita degna di essere vissuta”.

    12. Una teoria e una pratica
    A rigore dire che l’economia è una scienza non è esatto. Come ci insegna qualsiasi manuale, l’economia non si limita a studiare degli eventi elaborando delle teorie. Visto che ad ogni teoria corrisponde specularmene una pratica l’economia finisce per essere anche pratica sociale concreta che modifica lo stato del mondo ogni volta che qualcuno stringe la mano a qualcun altro per vendergli una mucca, un cavolo o il pacchetto azionario di una holding da due miliardi. Quindi l’economia, prima ancora che una forma di studio, è una forma di consapevolezza che accompagna qualsiasi decisione umana sin dai tempi in cui si barattavano oggetti d’ambra, selce o di ossidiana e si scolpivano frecce di quarzo. L’economia è un ciclo continuo di esperienza concreta, monitoraggio costante della realtà, riflessione teorica, analisi, sintesi, decisioni e applicazione pratica di queste decisioni attraverso la produzione e l’uso di nuove tecnologie.
    L’economia non è nelle barbe dei professori di università, ma è al mercato, alla stazione, nel negozio del pescivendolo, in fabbrica, dovunque qualcuno sta scambiando qualcosa con qualcun altro. L’economia attuale che governa il villaggio globale non è sostenibile, a meno che non siamo disposti ad accettare come normale il fatto che ogni cinque secondi un bambino muore di fame, di mancanza di acqua potabile, di banali malattie. Adesso ce ne stiamo accorgendo tutti che non è sostenibile. Neanche noi riusciamo più a sostenerla.
    So che molti professori non saranno d’accordo, ma per la gente comune, come noi, Il fine etico dell’economia è produrre ricchezza, benessere e soddisfazione a vantaggio di tutta la comunità umana. Questo nuovo valore “aggiunto” (che si aggiunge, cioè, allo stato precedente) questa ricchezza reale che vede la luce, non può essere creata artificialmente sui computer della borsa. In borsa si producono solo pezzi di carta con delle promesse di pagamento. Il solo modo per produrre ricchezza è il lavoro. Il luogo, il tempio dove produrla è primariamente l’azienda, l’impresa. Gli operai, i funzionari produttori di servizi pubblici e privati e gli imprenditori sono i sacerdoti officianti di un’economia sana dove “un pollo oggi” vale più della promessa di “un pollo e mezzo per domani”.

    • Articolo scritto per l’edizione speciale de l’aria di domani (n.40) dedicata a STATO CRITICO, la crisi dal punto di vista di chi la subisce. Si tratta di materiale che viene messo in discussione in “Piazza Agorà, Bellinzona” in occasione della serata di fondazione di STATO CRITICO, sabato 29 novembre 2008, Casa del Popolo, Bellinzona. L’articolo viene pubblicato sulla nostra piazza elettronica http://statocritico.wordpress.com/. Per contattare la redazione e l’autore: air-domani@ticino.com
     

Comments

  • David Simoneta, OBe 9:46 pm on novembre 17, 2008 | #

    Destino!
    Destino che il villaggio globale, profetizzato già negli anni settanta, ci riporti oggi a una delle sue caratteristiche reali e per troppo tempo dimenticate: un villaggio non è altro che un sistema di case vincolate tra di loro da legami che facilitano la vita ai propri occupanti. In un’epoca in cui ognuno pretende di essere dio di se stesso, abbiamo riscoperto nel villaggio della “Pittureria” il vantaggio e l’inaspettata forza dell’aiuto reciproco.
    Questa è secondo me una delle chiavi per superare questa crisi economica: aiutarsi tra di noi perchè ci fa bene al cuore ma anche perchè “conviene” economicamente!
    Sfruttiamo la crisi per sbarazzarci di prodotti e servizi inutili (e di solito anche subdolamente costosi).
    Diventare insieme coproduttori di quello che ci serve attraverso la rete non è utopia ma una realtà combattuta fin troppo efficacemente dai vari intermediari che lucrano sulla nostra delega…
    …In un “sistema villaggio” questi intermediari semplicemente non ci sono, perchè la trasparenza del sistema impedisce loro di svincolarsi dalle proprie responsabilità!


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