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11:32:41 pm on novembre 22, 2008 |
Una politica scolastica che si allontana dai bisogni dei giovani e da una società democratica
§1 – Introduzione
Scrivendo questo testo vogliamo far capire come l’istruzione sia quasi ovunque, quindi anche in Svizzera, guidata dalle inique regole del mercato. Il sistema scolastico, dovendo sottostare alle leggi dell’economia, perde quegli elementi democratici di cui dovrebbe disporre per garantire uguale possibilità d’apprendimento a qualsiasi individuo, sia esso proveniente da un ceto sociale agiato o meno. Purtroppo l’influenza che l’economia porta all’interno dell’istruzione, fa venir meno questo basilare principio; come questo accade lo vedremo più avanti.
Per parlare di democrazia nella scuola ticinese, sistema molto simile a quella degli altri paesi d’Europa (data la medesima mano che muove i diversi burattini), crediamo si debba fare un piccolo passo indietro in modo da contestualizzare al meglio la situazione odierna. Analizziamo quindi le due grandi fasi che hanno caratterizzato il sistema dell’educazione occidentale dal dopoguerra ad oggi: la mercificazione e la massificazione dell’insegnamento. Successivamente avremo modo d’approfondire la questione relativa la selezione sociale presente nella politica scolastica dominante d’entrambe i suddetti momenti.
§2 – La mercificazioneQuello che stiamo vivendo oggi è una fase di mercificazione dello studio, iniziata verso la fine degli anni ottanta, un momento di sostanziali riforme del sistema scolastico europeo. Venne in particolar modo data una forte autonomia ai vari istituti, cosa che porta ad un’iniqua competizione fra scuole. Il triste risultato consiste nel rendere delle sedi scolastiche “migliori” di altre, accessibili in particolar modo a studenti provenienti da un certo tipo di ambienti famigliari. Per contro, ad altri giovani viene imposta la ‘scelta’ di una scuola di seconda fascia. Questa era pure la volontà di coloro che sostenevano il finanziamento pubblico delle scuole private, una realtà che in Europa si è spesso avverata, ma che in Ticino una forte mobilitazione di studenti, insegnanti e genitori è riuscita a bloccare nel 2001. La tendenziale concorrenza che avviene tra il Liceo di Lugano 1 ed il Liceo di Lugano 2 è un nostrano esempio di competizione, la quale porta uno squilibrio tra due istituti scolastici che dovrebbero garantire la medesima validità. Esistono non poche famiglie, soprattutto quelle più agiate, che decidono, a quanto risulta al SISA, di iscrivere i propri figli nel liceo 1, pur vivendo in quelle zone che il liceo di Savosa dovrebbe “coprire”. Bisogna comunque aggiungere che la concorrenza tra questi due licei non è ancora paragonabile all’idea di concorrenza presente in paesi come gli USA, ma il timore è che si vada sempre più verso questa direzione.
Questa competizione è data quindi dalla “libertà di movimento” che è stata concessa alle singole sedi scolastiche, la quale ha generato un altro importante fenomeno, che è quello dei partenariati con il mondo dell’impresa. Sono molte le scuole, principalmente a livello universitario, che in maniera più o meno esplicita stipulano degli accordi con imprese che con l’educazione non hanno nulla a che vedere. I vantaggi che una scuola può trarre da questi partenariati sono ovviamente i soldi che le imprese versano nelle loro casse, e gli strumenti che offrono gratuitamente o a cifre ridotte, permettendo così di rendere la scuola più attrattiva. Tutto ciò porta più ragazze e ragazzi (ormai meri clienti sul mercato) ad iscriversi in un istituto piuttosto che in un altro. D’altro canto anche l’impresa ha ovviamente un importante ritorno da queste collaborazioni: l’insegnamento viene per buona parte guidato dalle esigenze del capitalismo, formando così più lavoratori utili alle imprese attive in quei settori che oggi spingono e guidano l’economia.
Gli istituti scolastici sono sommersi dalle “generose” offerte di sponsorizzazioni e di materiale didattico gratuito; questo perché, secondo uno studio condotto in Francia, il consumo delle famiglie è influenzato per circa il 43% dai bambini , i quali sono a loro volta influenzati dal materiale educativo usato a scuola: se un ragazzo impara ad usare un computer della Microsoft nella propria scuola (Microsoft sponsorizza l’aula informatica della scuola o addirittura una cattedra della facoltà universitaria), è difficile che per il proprio uso domestico vada a scegliere un computer Macintosh o ancora un sistema operativo open-source, e viceversa. Un importante esempio è la sottoscrizione di partenariato tra il Ministero tedesco dell’Educazione e la Deutsche Telekom, per accelerare la dotazione degli istituti scolastici di computer, connessioni alla rete, ecc. Un caso simile in Svizzera riguarda Swisscom e il “Partenariato Pubblico Privato – Scuola in rete”.§3 – La massificazione
È importante sapere che all’odierna situazione si è giunti dopo essere passati per un’altra importante fase vissuta dal mondo della scuola: la massificazione.
Nell’immediato periodo successivo alla seconda guerra mondiale l’economia europea richiedeva più manodopera qualificata rispetto a quanto non fosse necessaria prima; questa necessità spinse all’apertura dell’insegnamento secondario anche alle fasce meno agiate della società.
La massificazione permetteva quindi l’accesso ad un insegnamento più qualificato a persone provenienti da qualsiasi classe sociale: ciò non è però da interpretare come reale democratizzazione del sistema scolastico, infatti l’operaio qualificato occupa oggi la stessa posizione che occupava l’operaio non qualificato di trent’anni prima.
La selezione, nei nostri giorni ancora molto forte, non è sparita nemmeno nel periodo di massificazione dell’insegnamento, perché dal momento in cui tutti possono accedere a studi secondari, la selezione sociale non avveniva più all’uscita dalla scuola primaria, ma all’uscita di quella secondaria: solo i figli delle classi più abbienti avevano la possibilità di seguire degli studi più completi che preparavano all’insegnamento superiore.
La crisi economica che colpisce il continente nella metà degli anni Settanta oltre a portare una frenata alla crescita della spesa pubblica (anche con la fine delle politiche keynesiane per favorire quelle neo-liberiste), cambiò radicalmente le condizioni che avevano precedentemente permesso il fenomeno della massificazione.
Il nuovo contesto economico è dunque estremamente diverso da quello vissuto in precedenza: è diventato più instabile e quindi molto difficilmente prevedibile; tale instabilità economica porta ad una precarietà dell’impegno dello stato nei servizi pubblici. Il risultato è l’inizio della mercificazione dell’insegnamento, descritta precedentemente.§4 – La selezione
Come già accennato precedentemente, la situazione dell’educazione svizzera e ticinese è analoga a quella di tutto il mondo occidentale, anche se vi sono paesi in cui l’andamento è purtroppo peggiore. Il problema della selezione sociale è in effetti presente anche alle nostre latitudini e non sono pochi gli studi che dimostrano come se “le scuole medie superiori attingono a piene mani nelle fasce sociali elevate e in quelle medie, le formazioni con apprendistato reclutano una grossa fetta dei loro utenti ai piani inferiori della composizione sociale della popolazione” .
4.1. – Scuole medie
Non dobbiamo dimenticare che la nascita stessa della scuola media unica negli anni ’70 in Ticino (con l’obiettivo di superare la divisione in scuola maggiore e ginnasio dopo la quinta elementare) non ha mai visto realmente una strutturazione unitaria. Fin dall’inizio, nel secondo biennio, gli allievi venivano suddivisi nelle sezioni A e B , dove la sezione A, stando al messaggio governativo, “si configurava come scuola per allievi di capacità scolastiche medie e superiori” . Successivamente si optò per un sistema a livelli intercambiabili limitato a tre materie (oggi a due).
I primi momenti di selezione avvengono dunque già all’età di 12-13 anni, quando, dal passaggio tra la seconda e la terza media, ci si trova nella condizione di scegliere tra il livello attitudinale (A) o quello base (B): questa “scelta” sarà poi determinante per il futuro del ragazzo, che, a dipendenza del livello al quale accederà, potrà continuare gli studi oppure intraprendere un tirocinio professionale. Se tale metodo potrebbe sembrare utile per consentire ai ragazzi più “dotati” di proseguire gli studi affrontando delle lezioni più impegnative, garantendo loro una maggiore preparazione, e magari pure senza un presunto “intralcio” dei ragazzi apparentemente meno brillanti: la suddivisione in due differenti livelli d’insegnamento nasconde però nella realtà una forte selezione sociale. A 12-13 anni non ci si può dedicare anima e corpo allo studio, è anzi un bene che il ragazzo dedichi una parte importante del proprio tempo libero allo svago. I momenti d’aggregazione con i propri coetanei, in cui ci si possa divertire, costruire relazioni e maturare nuove esperienze sono molto importanti, soprattutto nella fascia d’età considerata. I giovani di origine sociale medio-alta sono molto più facilmente seguiti dalla propria famiglia: spesso i genitori hanno studiato; i loro figli crescono in un ambiente idoneo allo studio, sia dal punto di vista finanziario sia dell’aiuto pratico che possono ricevere. Ci sono quindi molte possibilità che i figli delle classi sociali più alte riescano fin da subito ad avere un certo rendimento scolastico, il quale permette di accedere ai livelli attitudinali, e, in un secondo tempo, a degli studi superiori. Per contro una famiglia di ceto medio-basso si trova in una situazione differente: i genitori non svolgono solitamente professioni di presunto prestigio sociale, e spesso non hanno avuto la possibilità di frequentare studi superiori; l’ambiente che si sviluppa attorno ai loro figli non è sicuramente quello ideale perché essi si concentrino sulla propria formazione. Le possibilità di accedere ai livelli attitudinali prima, e a degli studi secondari poi, sono complicate a causa della non facile situazione economica; inoltre l’aiuto che i figli possono ricevere dai genitori è limitato, a causa delle poche conoscenze di questi, e a causa della poca voglia che, in maniera più che comprensiva, può avere un manovale, stanco dalla dura giornata di lavoro, di aiutare il proprio figlio a fare i compiti la sera.4.2. – Licei e politecnici
Nel settore liceale abbiamo visto una riforma integrale del sistema nell’anno scolastico 1997/’98 e fra il 2007 e il 2008 si è assistito all’introduzione della cosiddetta “kleine Revision”. Quest’ultima, entrata in vigore con il 1° settembre 2008, è stata calata dall’alto, senza prendere in considerazione le reali necessità di allievi e docenti (evidentemente queste necessità non hanno un ritorno economico importante), ma tenendo unicamente in considerazione i bisogni del mercato. Tale riforma, infatti, che dà più importanza alle materie scientifiche rispetto a quelle umanistiche, puntando su una forte selezione proprio con il cosiddetto “blocco scientifico”, è stata, guarda caso, ispirata dai politecnici. Le università che troviamo sparpagliate nel nostro Paese sono gestite dai rispettivi cantoni di appartenenza, mentre i politecnici sono istituti federali; questo particolare status conferisce a questi ultimi un maggior “peso politico”, che si è concretamente fatto sentire con il cambiamento voluto nell’ordinamento dello studio liceale di cui si è detto. I politecnici “sfornano” giovani lavoratori da inserire in determinati settori del mondo del lavoro, che, in questo periodo di costante crescita tecnologica, sono maggiormente redditizi per il mercato. Essi stessi ricevono poi pressioni dal sistema economico, in modo che si possa orientare l’insegnamento nella direzione più confacente ai bisogni dell’economia privata.
§5 – Conclusione
Il modello scolastico adottato dal Ticino e da un po’ tutto il resto dell’Europa si basa molto spesso su concetti nozionistici, con i quali otteniamo per lo più dei giovani che nel loro periodo di formazione scolastica hanno imparato a memoria delle competenze, dimenticandole immediatamente dopo gli esami per i quali avevano studiato. Il giovane medio che esce da un nostro liceo è una persona che usa a fatica le sue potenzialità di riflessione, perché abituato unicamente all’assimilazione temporanea di nozioni più o meno interessanti.
Sembra incredibile, ma il mancato uso della ragione a danno d’una sorta di dogmatismo calato dall’alto, è lo stesso problema che denunciavano gli Illuministi nel Settecento. Pare quasi d’assistere ad un momento di regresso: il secolo dei lumi ha cercato d’aprirci la mente ed allargare i nostri orizzonti, mentre l’era del capitalismo globale vuole intontirci per meglio sfruttarci con quello che ormai è davvero un “pensiero unico” .
Non vogliamo però, in questo nostro discorso, sostenere che le nozioni non vadano insegnate, ma non possiamo che limitare questa forma di insegnamento ai primi passi che compie uno studente. Il nozionismo, intelligentemente coadiuvato da momenti di partecipazione collettiva e di interazione della classe, potrebbe essere la base didattica d’una scuola elementare (magari anche nei primi anni di scuola media), dove i bambini devono imparare a leggere, a scrivere e a fare i più semplici calcoli matematici. Queste prime nozioni devono essere assimilate per permettere successivamente la costruzione d’un proprio pensiero, senza di esse, infatti, non si avrebbero che degli analfabeti.
Il percorso formativo d’uno studente deve però in un certo momento mutare: al nozionismo deve subentrare l’insegnamento del metodo, e questo senza dubbio al liceo, ma sarebbe il caso già sul finire delle scuole medie, soprattutto pensando che una buona parte degli allievi sceglierà la via del tirocinio professionale.
Avere un docente che insegna un metodo significa imparare a prendere criticamente delle informazioni, senza farsi alienare da quanto dicono ad esempio i mass media, che in molti casi non riportano la verità ma solamente quello che più fa comodo al proprio finanziatore (purtroppo questi docenti li possiamo contare sulle dita di una mano); ed in un secondo tempo elaborare le informazioni prese per poi poter essere in grado di esporle. Questo non viene fatto unicamente per descrivere la realtà empirica delle cose, ma anche e soprattutto per migliorarla.
Il sistema pedagogico appena presentato si pone in netta contrapposizione alla mercificazione che guida il sistema scolastico occidentale, in quanto lo scopo d’un insegnamento basato principalmente sul metodo ha lo scopo di creare delle menti pensanti e capaci di critica, mentre l’odierno modello, come già detto, vuole creare l’ennesima generazione alienata, da integrare come meglio possibile negli ingranaggi del sistema socio-economico costituito e quindi facile da sfruttare.Mattia Tagliaferri, coordinatore del SISA